Dario Fo
Fo vinse il Premio Nobel per la Letteratura nel 1997 — una scelta che fece discutere, perché arrivava a un uomo di teatro dichiaratamente di sinistra e satirico verso la Chiesa e il potere, non a un romanziere nel senso classico.
Il suo lavoro più noto, "Mistero buffo", è recitato in grammelot, una lingua inventata che imita il suono del dialetto padano senza seguirne la grammatica — un espediente che gli permetteva di superare la censura restando comprensibile a chiunque. Insieme alla moglie Franca Rame fondò nel 1968 la compagnia "Nuova Scena", portando il teatro fuori dai teatri tradizionali e dentro fabbriche e case del popolo, e per anni gli fu negato il visto d'ingresso negli Stati Uniti a causa del suo passato politico.
Franca Rame pagò un prezzo durissimo per il loro attivismo: nel 1973 fu aggredita e violentata da un gruppo neofascista, un episodio di cui parlò pubblicamente anni dopo in uno dei loro testi teatrali più duri.
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Un libro da leggere
"Mistero buffo" è il testo che meglio racconta il suo teatro: un giullare medievale racconta episodi biblici stravolgendoli in chiave comica e popolare, nel grammelot che Fo inventò studiando i giullari del Duecento. Da leggere immaginandoselo recitato, non solo letto in silenzio. → Acquistalo su Amazon
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Leggi le citazioni e gli aforismi di Dario Fo
Come diceva Orson Welles, per avere materiale sempre nuovo basta affidarsi alla cronaca.
La dimensione delle verità ce n'è una, quella del padrone che noi cerchiamo di confutare se non altro di dire da dove nasce.
Gli autori negano che io sia un autore. Gli attori negano che io sia un attore. Gli autori dicono: tu sei un attore che fa l'autore. Gli attori dicono: tu sei un autore che fa l'attore. Nessuno mi vuole nella sua categoria. Mi tollerano solo gli scenografi.
Si crea sempre un grosso equivoco quando si dice teatro politico: subito si pensa al "teatro politico" di Piscator e il termine "teatro politico", usato da Piscator, è un termine messo lì per provocazione polemica. È nato in polemica col "teatro digestivo", col teatro alienato ormai dai problemi contingenti, drammatici, lirici. Era quello di Piscator, un teatro politico nel fatto, determinante, di essere gestito direttamente dalla classe operaia.
Il caso di Luttazzi, uno che la satira la fa senza sconti, è illuminante: cacciato su due piedi. Colpirne uno per educarne cento.
Sarò un sentimentale, certo ci vuole il pelo sullo stomaco per fare i politici. Bisogna essere grossieri, bisogna andare a piedi giunti. Però attento un po' a fare il prete col prete. Un vecchio proverbio delle mie parti dice: "chi fa il prete col prete diventa monaca, cioè lo prende in quel posto".
Tu bada ben - dice quasi a sé stesso Machiavelli negli scritti di governo - che l'aver in le tue mani il potere della Repubblica e il plauso di chi crede che si possa governare senza inganno non ti è bastante, poiché non è tanto la novità che conta, ma produrre il nuovo. Quindi ascolta e pruovoca il popolo perché parli a costo di causare in te risentimento. Non credere che questo sia disordine e perdita di tempo e che si facci meglio a non descutere et computare. Non è il tempo che si conzuma nel confronto cosa da deprecare. L'errore che non truoverà mai rimedio è quello del resolvere ogni decisione per applaudimento. Uno bono descurso con retorica piazzata ad uopo, qualcuna frase dal bon suono e via che se cammina più spediti che mai. Tu debbi insegnare a razionare ogni idea o pruogramma tre volte più che non lo sia il raggionevole. Trista gente è quella di un popolo che segue lo sbatter di bandere e stendardi piuttosto che le idee ben mastecate.
Io repubblichino? Non l'ho mai negato. Sono nato nel '26. Nel '43 avevo 17 anni. Fin a quando ho potuto ho fatto il renitente. Poi è arrivato il bando di morte. O mi presentavo o fuggivo in Svizzera.
Dite: "Com'è triste Venezia"? Si vede che non avete mai visto Monfalcone.
E' risaputo che chi usa la fantasia per trasgredire la legge ne preserva sempre una certa quantità per il piacere proprio e degli amici più intimi.